Una fotografia è stata paragonata, di volta in volta, ad una poesia, un aiku, un iconema, ad una sintetica porzione di mondo, a un documento inoppugnabile. Una raccolta di fotografie, ad una mostra, un libro illustrato, un romanzo, una enciclopedia, ad un archivio della memoria. Ma tutto dipende da cosa si pretende, quali sono gli scopi, perché si fanno fotografie. In una situazione culturalmente molto fluida, privata degli antichi riferimenti interattivi fra possibili conoscenze, che propone una frettolosa visualizzazione di un mondo post umano, privato della sua presenza creativa, alcune voci richiamano a soluzioni di sobrietà, di sinteticità, come quella dello scrittore Gianni Celati, compagno di viaggio di Luigi Ghirri, quando propone il recupero della fantasia, dell’immaginazione, della forza della riflessione solitaria di un’antiretorica morandiana.

In questa ottica sono stati indagati come temi utili ad una fotografia consapevole come la definizione di paesaggio in quanto scelta culturale, l'infinito e il confine dello sguardo come stati d'animo, la rovina e la maceria come fonti visive, i filtri del guardare, la stimmung unificante, estraniante, come antitesi alla frenesia, al rumore, il viaggio immaginario come traccia nel reale. Rimane infine da approfondire la problematica della tecnica digitale, distinta brillantemente da Italo Zannier in fotofania e fotografia, nuova materia di studio a prescindere dalla tecnologia.